BENVENUTO



B E N V E N U T O !! Lo Spirito Santo illumini la tua mente, fortifichi la tua fede.


venerdì 24 marzo 2017

Risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà.


La Redenzione si avvicina! Rallegriamoci arriva la luce!

Quarta domenica di quaresima – Anno A -26 marzo 2017



 La liturgia di questa domenica, chiamata domenica della letizia, invita a rallegrarci, a gioire. La ragione profonda di questa gioia è il Vangelo, è Gesù stesso, accanto a noi come luce e salvezza. Ha scritto papa Francesco: "La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall'isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia". La nostra tristezza diventerà gioia
Rallégrati, Gerusalemme,
e voi tutti che l’amate, riunitevi.
Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza:
saziatevi dell’abbondanza.

Nella prima lettura tratta dal profeta Samuele si anticipa profeticamente quello che Gesù rivelerà compiutamente: il Signore non guarda le apparenze, ma guarda il cuore. Israele ha voluto a tutti i costi un re per rispondere in modo efficiente ai vari attacchi armati dei popoli vicini.

Nella lettera agli Efesini l'apostolo Paolo afferma che con il battesimo, in seguito alla conversione, generata in noi dalla Parola del Vangelo, il cristiano è divenuto luce in Cristo Luce.

Nel Vangelo di oggi Gesù guarisce un uomo cieco dalla nascita. La domanda che il Signore Gesù rivolge a colui che era stato cieco costituisce il culmine del racconto: "Tu credi nel Figlio dell'uomo?". Quell'uomo riconosce il segno operato da Gesù e passa dalla luce degli occhi alla luce della fede: "Credo, Signore!"

Le tre letture pongono il problema del discernimento. Si tratta del difficile discernimento
di Samuele per scegliere colui che Dio ha eletto tra i figli di Iesse. Per discernere occorre
guardare come Dio stesso guarda, nella coscienza che se «l’uomo vede l’apparenza,
ma il Signore vede il cuore» (1 Sam 16,7), o, come recita l'antica versione siriaca: «l'uomo
guarda con gli occhi, il Signore guarda con il cuore». Nella seconda lettura il discernimento
è richiesto al battezzato che, nella situazione in cui è «luce nel Signore», è chiamato
a discernere ciò che è gradito a Dio (Ef 5,10-11). Il brano evangelico si apre con il diverso
sguardo di Gesù e dei discepoli su un cieco, e prosegue con il percorso che porta il
cieco guarito a discernere la vera qualità di Gesù e a confessare la fede in lui, mentre altri
protagonisti dell'episodio si chiudono a tale discernimento e restano nella cecità spirituale”(cfr. Gv 9,39-41).(Lectio domenicale, fonte Emanuel Jesus Garcia, Catechista 2.0)

1 Samuele 16,1.4.6-7.10-13

L’ultimo e più grande giudice fu Samuele, profeta e creatore di re. Quand’egli invecchiò, il popolo volle un re alla propria testa, non sopportando la propria diversità dai popoli vicini. Samuele lo avvertì che avere un re significava arruolamento militare obbligatorio, lavoro forzato e oppressione, ma gli Ebrei insistettero, e alla fine egli li accontentò sapendo che Dio avrebbe accolto la rivendicazione chiarendo che il re che guiderà Israele dovrà essere secondo il suo cuore.

Il primo re fu un beniaminita alto e bello di nome Saul. Il potere gli diede presto alla testa, ed egli cominciò a trasgredire le istruzioni di Dio. Per la sua disobbedienza il figlio Gionata non ereditò il trono. Al suo posto Dio ordinò a Samuele di ungere Davide nuovo re d'Israele.
Samuele con l'aiuto della parola di Dio sceglierà il più piccolo dei sette figli di Iesse, Davide, come re di Israele. Gesù è il discendente di Davide, il germoglio che spunta dal tronco di Iesse, su cui, secondo Isaia, si posa lo Spirito del Signore. Dio sceglie la piccolezza, per fare cose grandi, “perché nessuno, dirà poi l'apostolo Paolo, “possa gloriarsi davanti a Dio” (1Cor 1,28).


In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato.

Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore».

Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto.

Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

 

Dalla lettera di Paolo apostolo agli Efesini 5, 8-14

Con il battesimo, in seguito alla conversione, generata in noi dalla Parola del Vangelo, il cristiano è divenuto luce in Cristo Luce. Questa la sua nuova realtà.
La luce è Cristo, solo Lui. Non ci sono altre luci nel mondo, né piccole, né grandi. Quanti partecipano della luce lo fanno perché sono inseriti vitalmente in Cristo Gesù. Non basta essere stati immersi nel battesimo per essere luce nel Signore. Il battesimo ci ha costituiti luce, figli della luce, ma in Cristo Gesù.
Si è luce nel Signore se si rimane in Cristo. Se non si è in Cristo, neanche si può essere luce nel Signore. Ma come si rimane ancorati vitalmente al Signore?
La risposta di Paolo è perentoria: si rimane ancorati nel Signore attraverso il comportamento, l’azione, le opere che si fanno.
Non sono i pensieri, le idee, i buoni propositi, le dichiarazioni di intenzioni, neanche la conoscenza della verità che ci fa essere figli della luce.
Siamo stati fatti figli della luce nel battesimo, cresciamo come figli della luce negli altri sacramenti. Viviamo però come figli della luce, se compiamo le opere della luce.

Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.
Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».


Dal Vangelo secondo Giovanni: 9, 1-4


In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. 


 Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».


 Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?».

I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».




Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia».
Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.


Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando

 lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?».
 Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». 
Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.


Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».


La redenzione si avvicina, arriva la Luce.

Il contenuto teologico del racconto è interamente incentrato sul mistero della persona di Gesù, che causava un giudizio di condanna per coloro che non credevano nella sua parola e l’illuminazione di coloro che l’accoglievano con fede. La vera cecità non era quella del cieco guarito, ma l’incredulità dei giudei e dei farisei, persuasi di possedere la verità persistendo nel rifiuto dell’Inviato di Dio.

Gesù si presenta come “la luce del mondo”. Egli era stato mandato dal Padre per irradiare la luce della “verità”. Finché durava la sua vita terrena (“finché è giorno”), doveva compiere le opere del Padre insieme con i suoi discepoli, coinvolti nella sua missione: “Bisogna che noi operiamo le opere di Colui che mi ha mandato…”.
Non lo fa forse anche oggi Gesù assimilandoci a Lui nella sua opera?

La sua presenza nel mondo rappresentava un giorno luminoso: le sue gesta manifestavano il disegno salvifico di Dio.
La “notte” si riferisce alla fine della sua vita, determinata dal rifiuto di Gesù-Luce da parte dei capi dei giudei increduli, avviluppati dalle tenebre di morte.

Questo brano ci consente di immedesimarci con il cieco nato. Se noi non siamo più ciechi è solo perché siamo stati gratuitamente illuminati da Gesù, la luce vera che illumina ogni uomo. Siamo, dobbiamo essere luce nel nostro ambiente elevando i nostri cuori verso Dio che ci guida dallo stato di disagio (peccato), causato dalle tenebre, allo splendore della luce e della fede (misericordia). Ciò comporta prima la consapevolezza della propria cecità e poi l'accettazione del dono della fede, significata dalla luce di Cristo che ci rende figli della Luce. Siamo sulla scia della volontà del Padre?

Il dialogo che segue tra Gesù e il cieco nato, la volontà espressa da coloro che che non credevano alle parole di Gesù vanno interpretate con con quel dono di discernimento da figli della luce: non sono i pensieri, le idee, i buoni propositi, le dichiarazioni di intenzioni, neanche la conoscenza della verità che ci fa essere figli della luce.
«Lo hai visto: è colui che parla con te». Come il cieco rispondiamo: «Credo, Signore!», tu sei la Parola del Padre.

Noi non abbiamo conosciuto Gesù di persona, sappiamo che vive nel nostro cuore, dobbiamo fare lo sforzo di conoscere meglio la Parola per, (ma senza assillo) ,adeguare il vivere al credere, la morte alla vita, il peccato al perdono misericordioso di Dio, la paura alla gioia, la gioia , tanta gioia in vista della felicità eterna. Gesù parlerà con noi!

Forse potrà accadere anche a noi di non essere compresi come accadde a quel cieco, che dopo aver riacquistato la vista, non viene creduto e suscita perplessità tra coloro che da tempo lo conoscevano.
Ma proprio mentre gli altri lo cacciano, Gesù non lo abbandona, lo cerca e parla ancora con lui. Gli domanda: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?” e l'uomo risponde: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”
Gesù afferma: “Lo hai visto: è colui che parla con te”. E prostrandosi dinnanzi il cieco grida:”Credo, Signore!” Vogliamo fare anche un po' nostra questa certezza?” (Mariella)





sabato 18 marzo 2017

Un incontro con Gesù cambia la vita di una donna


Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”

Terza domenica di quaresima – Anno A – 19 marzo 2107



Ci avviciniamo ogni domenica col pensiero e con sano comportamento cristiano alla Pasqua guidati dalla Parola. In questa domenica terza di quaresima siamo invitati a riflettere sulla nostra vita non in senso ampio ma sul nostro vivere giornaliero cristiano. Ci soffermeremo nella nostra riflessione sull'incontro di Gesù con la Samaritana, un brano bellissimo, in cui una semplice richiesta di un po’ di acqua genera una discussione che causa un profondo e salutare coinvolgimento e contemporaneamente un cambiamento di vita, uno sconvolgimento vero e proprio.
La prima lettura ci esorta ad assisstere alla nascita e alla ristrutturazione d'Israele come popolo, alle difficoltà sostenute a credere e avere fiducia nell'iniziativa di Dio, mal sopportando la vita da schiavi.

Dal libro dell'Esodo 17, 3-7

In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?».
Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!».
Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d'Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va'! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull'Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà».
Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d'Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
L' apostolo Paolo scrivendo ai Romani conferma che la certezza della nostra fede è radicata nell'amore di Dio nei nostri confronti per mezzo della morte del Figlio Gesù. Dio non abbandona chi crede in Lui, e vedendolo operare in noi, alimenta la speranza che ci porta alla tranquillità e serenità nella nostra vita terrena.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5, 1-2. 5-8

Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l'accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 
 

La pagina del Vangelo cambia la vita di una donna samaritana in un incontro di amore e di amicizia, dove l'indigente chiede un gesto di amicizia e di riconciliazione. Il messaggio che ci vuol fare arrivare Gesù è che attraverso la Sua parola possiamo conoscere la Sua potenza e la Sua autenticità e con l'incontro con Lui cambierà la nostra vita abbeverandoci all'acqua viva che ci darà la vita eterna.
La nostra fede è legata strettamente non alle nostre forze ma nella fiducia in Dio, perché anche una sconfitta, un dubbio possono essere passaggi obbligati per giungere alla vittoria, alla serenità del nostro vivere cristiano.

Dal Vangelo secondo Giovanni 4, 5-42

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.

Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore - gli dice la donna –, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 

 
Le dice: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: "Io non ho marito". Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».


In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.


Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».


Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».


Nel Vangelo Gesù ha fatto molti incontri che hanno cambiato la vita a molte persone: ricordiamo i tanti miracoli che attraverso l’incontro della fede in Gesù hanno stravolto la vita dei miracolati, lebbrosi, zoppi, ciechi… o uomini e donne peccatori come Matteo, l’adultera, la Maddalena, Zaccheo…

C' è un incontro vicino ad un pozzo, luogo di incontro di persone che semplicemente si recavano lì per attingere acqua e spesso facevano anche due chiacchiere.

 La semplice richiesta di un po’ di acqua genera una discussione che causa un profondo e salutare coinvolgimento e contemporaneamente un cambiamento di vita, uno sconvolgimento vero e proprio. Pertanto Gesù incontra la samaritana in un luogo del quotidiano, non strettamente religioso anche se l’incontro presso un pozzo si concludeva spesso con un matrimonio, scena tipica che ricorre spesso nella Bibbia..

Non sappiamo se questo brano fa parte delle parabole di Gesù, riportato poi da Giovanni come veramente accaduto per dare più risalto teologico alla manifestazione messianica di Gesù e al rapporto che l’uomo deve avere con Dio.

Nell’incontro con Gesù la samaritana preferisce mantenere il discorso su luoghi comuni, fa finta di non capire, non vuole impegnarsi in discorsi troppo seri. Ma un po’ alla volta Gesù le fa intuire che l’acqua che Lui, Gesù, ha da offrirle può davvero dissetarla per sempre. Gesù si manifesta un po’ alla volta, non imbottisce di parole quella donna, vuole arrivare al suo cuore.

Questo incontro della Samaritana con Gesù è un incontro speciale dove assistiamo ad una conversione particolare, veramente nuova, forse unica nei vangeli, un cammino di fede guidato da Gesù stesso, ma assecondato da una donna prima e poi da altri, i suoi connazionali. Questa samaritana infine si rivela così a Gesù, non cerca più di nascondere gelosamente i suoi secreti: si arrende a Gesù di fronte all’evidenza delle parole del Maestro. La sua fede non sarà alla fine imperfetta come quella dei Giudei basata sulla vista dei segni, guarigioni e miracoli, o come quella di Nicodemo pronto a riconoscere in Gesù un inviato di Dio ma incapace di aderire alla fede totale in Lui.

La samaritana vede per primo in Gesù un giudeo, un nemico che osa chiedere a lei da bere; successivamente gli domanda se si credeva più grande di Giacobbe, chiamando Gesù Signore; poi lo chiama profeta perché le ha svelato la sua vita privata; infine Gesù stesso le dichiara di essere il Cristo. Successivamente dalla bocca dei samaritani giunge il riconoscimento di Gesù come Salvatore del mondo. Bel cammino!

La fede passa attraverso la conoscenza reciproca, togliendo eventuali pregiudizi,la samaritana riconosce la sua vita privata non corretta, Gesù le dimostra di avere una conoscenza soprannaturale e questo induce la donna a riconoscerlo come profeta e infine come Messia dopo la dichiarazione di Gesù: “ Sono io che ti parlo”. Come diventa importante la Parola, ascoltata e interiorizzata!

La samaritana al culmine dell’incontro è profondamente sconvolta, capisce l’annuncio di Gesù, il dono di Dio, felice del dono ricevuto, arriva al termine della sua esperienza spirituale. Ha seguito Gesù quando le ha annunciato il dono dello Spirito, quando le ha rivelato la sua verità interiore, quando ha chiarito il suo rapporto con la religione. Vede in Gesù il rivelatore in un tempo nuovo, il Messia,e così aderisce ad una persona, perché fede è fiducia, adesione a Gesù.

Ma la fede in Gesù non può rimanere nascosta: la samaritana lascia la brocca vicino al pozzo e corre ad annunciare a tutti quello che le era successo, di avere incontrato Gesù: “Non sarà forse il messia?,dirà, stuzzicando la curiosità dei suoi paesani. Ed è anche brava nell’annuncio.



. Rimane così come esempio di vero seguace di Gesù: ha conosciuto, si è confidata, ha creduto, ha dato fiducia, e ha annunciato e  testimoniato  la propria conversione. La samaritana è la prima missionaria del Vangelo.
Spesso mi viene da pensare a quanto siamo inefficaci noi con le nostre catechesi con i nostri incontri, con le nostre parole.
Forse perché noi stessi non abbiamo ancora incontrato Gesù. Lo cerchiamo, ne parliamo ma in realtà non lo conosciamo, almeno non con una conoscenza intima che solo Lui può svelarci, e successivamente, lasciando da parte noi stessi annunciare soltanto Lui, come la samaritana, perché soltanto la Parola comunica la Verità e suscita una fede autentica che porta alla salvezza. Se ogni cristiano annunciasse veramente Gesù, chi ci ascolta capirebbe subito la Meta, e come i samaritani  crederebbero per aver sentito vibrare nella loro mente e nel loro cuore il Salvatore del mondo
Risulteremo efficaci e credibili esclusivamente se la nostra testimonianza sarà efficace e credibile in virtù di un nostro reale incontro con Gesù.











venerdì 10 marzo 2017

La trasfigurazione è stato un privilegio che Gesù offrì ai suoi discepoli.



 Su quel monte si trovarono Mosè ed Elia con Gesù: il vecchio e il nuovo
Seconda domenica di quaresima – Anno A – 12 marzo 2017



In questa seconda domenica di quaresima nelle tre letture ascoltiamo la chiamata, l'invito di Gesù a diventare suoi discepoli, a rafforzare la fede in Lui.
La prima lettura ci parla della vocazione di Abramo,della sua obbedienza senza condizioni.

Gen 13,1-4:

Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò.
Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra».
Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore”
.
Nella seconda lettura l'apostolo Paolo ci ricorda che siamo stati chiamati e illuminati con una vocazione santa, salvati secondo il progetto di Dio e la sua grazia, non per opera nostra.
2 Tm 1, 8b-10
“Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. 
Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. 
Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. 

Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo”.


Nel brano del vangelo Gesù vuole confermare e rafforzare la fede e la fiducia dei suoi discepoli in Lui con un segno illuminante.
  
Dal vangelo secondo Matteo 17,1-9

Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».


Mi sono chiesto perché Gesù “fu trasfigurato” dal Padre. Su quel monte si trovarono Mosè ed Elia con Gesù: il vecchio e il nuovo, tre personaggi chiamati ed inviati per una missione speciale che riguarda l’uomo e il suo destino. Sappiamo che Gesù venne a completare ciò che era stato annunciato prima di Lui. Mosè ed Elia furono personaggi importanti, cardini nella storia dell’Antico Testamento. Mosè il liberatore dalla schiavitù dell’Egitto. Elia il profeta del futuro Messia.

Possiamo pensare che la trasfigurazione è stato un privilegio che Gesù offrì ai suoi discepoli. Chiamati al seguito di Gesù, ad una vita di comunione , facevano fatica a riconoscere il mistero della sua persona. Incertezza e incomprensione erano all'ordine del giorno, e diventano scandalo quando Gesà comincia ad annunciare la sua passione La prospettiva di una morte violenta, del fallimento del maestro risultano inconcepibili con le loro attese di un messia politico, liberatore.
Per questi motivi Gesù offre a tre dei suoi discepoli il privilegio di contemplare per un attimo la sua gloria. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.

Nella trasfigurazione c’è un segno importante da parte di Dio Padre, come nel Battesimo di Gesù. i tre apostoli e gli ospiti Mosè, Elia sono testimoni dello splendore di Gesù-Dio. Nessuno fino ad allora aveva visto Dio. Perché questo?

Mosè vide da lontano la terra promessa da Dio, Elia rappresenta la continuità dei profeti e tutti e due avevano beneficiato di rivelazioni sul Sinai. Ora vedono in Gesù il vero realizzatore di quella promessa antica che avevano tenuto viva, ricordata al popolo di Dio.
I tre apostoli, attoniti e spaventati, hanno avuto un assaggio di quello che sarà il Regno dei cieli, una speranza che aumenta la fede.
Gesù stesso riceve qualcosa, la dichiarazione della sua figliolanza divina ai presenti.
Gli interventi di Dio Padre donano a tutti, suggeriscono, rivelano sempre qualcosa: Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”

Ma c’è anche per noi una parola, un esempio in questo brano meraviglioso, che spinge la nostra fantasia e il nostro cuore a chiedersi com’è veramente Dio. Forse vorremmo anche noi partecipare a qualcosa del genere, per avere un assaggio di quello che in quell’attimo di eternità vedremo il “sempre” di Dio.

Le parole del Padre finiscono così: “Ascoltatelo”: queste parole costituiscono il centro del brano che abbiamo ascoltato. L’ascolto è ciò che definisce il discepolo. “Ascoltatelo!” è una parola che è rivelazione di Dio e definisce chi siamo noi.

Alla fine della trasfigurazione rimane solo Gesù: adesso basta solo Lui come dottore, maestro della legge perfetta e definitiva. Rinfrancati Pietro, Giovanni e Giacomo proseguirà e porterà a termine la sua missione.

Ascoltatelo”. Ascoltare e fare nostro Gesù, trasformarci in lui e manifestarlo agli altri, offrire agli altri momenti di manifestazione di Dio, trasfigurazione appunto. Così gli altri vedendo risplendere la nostra luce vedano le nostre opere buone e rendano gloria al Padre nostro che è nei cieli.

Rendere Gloria a Dio è il nostro destino e non solo qui in terra: sta in questo il gioire eterno, con l’aiuto sempre dello Spirito Santo con un dialogo giornaliero.
I tre apostoli capiranno tutto il giorno della Pentecoste, e allora solo allora saranno in grado di annunciare ciò che avevano visto e creduto, obbedendo al comando di Gesù: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

L'apostolo Pietro molti anni dopo rievoca questo momento: 2 Pt 1,16-18 “Vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l'amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». Questa voce noi l'abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte”.

Non ci resta che farci riempire della gioia di Pietro, Giacomo e Giovanni, nei giorni immancabili in cui la vita è più vicina alla passione che alla trasfigurazione, sapendo che il Padre permette dubbio e sofferenza, ma ci pone al fianco Suo Figlio, per sostenerci e confermarci nella via della trasfigurazione in Cielo.









sabato 4 marzo 2017

NON ABBANDONARCI NELLA TENTAZIONE

Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Prima domenica di Quaresima -Anno A- 5 marzo 2017



Buona domenica! Contrariamente a quanto scrivevo in occasione delle Ceneri, a richiesta di alcuni di voi, sonon qui nuovamente a riflettere con con voi sul mistero e l'opera di Gesù. Parlare di Gesù, scriveva l'apostolo Giovanni, non basterebbero tutti i libri esistenti nel mondo. Visto che molti di voi non seguivano i commenti nel 2013/14, vi proporrò i commenti del Vangelo di quell'anno, rivisti in parte. Teniamo presente il commento di Papa Francesco di Mercoledì scorso seguendo il cammino di questo periodo la vita di Gesù.
Riprenderemo i commenti completi delle tre letture dubito dopo la Pasqua.

Dal vangelo secondo Matteo (4, 1-11)
Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.
Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane”. Ma egli rispose: “Sta scritto:Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”.
Gesù gli rispose: “Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”.
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: “Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai”. Allora Gesù gli rispose: “Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”.
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.


Abbiamo iniziato con il mercoledì delle Ceneri il periodo liturgico della quaresima. Quaresima, tempo per affrontare il tema del nostro cambiamento, ancora una volta il tema della nostra vera conversione, tempo da lasciarci alle spalle ciò che di sbagliato troviamo nella nostra vita di discepoli di Gesù. La liturgia ci invita a non considerare troppo i beni di questa terra, invito speciale di conversione allo straordinario di Dio e per questo anche tempo di gioia, come Gesù che alla fine dei qaranta giorni di tentazioini e penitenza, “degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano”.


Ci siamo mai domandati perché il diavolo cercò di tentare Gesù? Sicuramente per accertarsi che Gesù fosse veramente il Figlio di Dio. Tentare nel linguaggio biblico ha un triplice significato: mettere alla prova, saggiare, e far deviare dalla retta via. Nel nostro caso prevale il saggiare: sarà veramente il Figlio di Dio? fu il dubbio di Satana.

Il Figlio di Dio nel Battesimo di Giovanni si fece penitente assumendo su di sé i peccati dell’umanità. Riconosciuto dal Padre come Figlio unigenito fu rivestito di Spirito Santo, e consacrato con l’unzione, a Lui fu conferita la dignità regale e quella sacerdotale.

Dopo il battesimo si ritira nel deserto “spinto dallo Spirito”, quello stesso Spirito che rese possibile la sua incarnazione nel seno di Maria, era venuto visibilmente su di lui per mostrare a tutti il compiacimento del Padre; ora lo conduce nel deserto come aveva condotto il popolo eletto e qui tra preghiera e digiuno rimane quaranta giorni.

Simbolicamente si ricordano i 40 anni trascorsi dal popolo ebreo nel deserto, tempo della prova e dell’attesa; Mosè aveva digiunato 40 giorni sul monte, alla presenza del Signore, per ricevere la sua Legge santa; spezzate le tavole per il grande peccato del Vitello d'oro, ripete lo stesso digiuno; Elia camminò e digiunò per 40 giorni e 40 notti prima di ricevere la rivelazione di JHWH sul monte Oreb. Il deserto diventa così il luogo dell’ascolto, della rivelazione, luogo della prova e dell’attesa, luogo da dove si parte per una missione che Dio assegna ad ognuno, ad ognuno di noi. Diventa necessario per il cristiano il silenzio del deserto, appartarsi per rinnovarsi, rinnovarsi per donarsi agli altri, dono di Dio.

Le tentazioni di Gesù, sono le tentazioni di ogni tempo con cui il diavolo cerca di deviare ogni cristiano e la Chiesa stessa di Gesù: uno sguardo alla storia e vediamo quanto sia vero! Pensiamo come viaggia il nostro mondo: le chiese vuote, pochi pastori , poche vocazioni, molte diserzioni.
La prima tentazione : la prima tentazione infatti è una sollecitazione ad usare il potere taumaturgico per provvedere alle proprie ordinarie necessità materiali.
 “Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane”.

 è la prova dell’esistenza di Dio che il tentatore propone: Se tu sei il Figlio di Dio… Questa richiesta di prove pervade tutto il corso della vita di Gesù: gli viene continuamente obiettato di non aver dato prove sufficienti di sé…E questa richiesta rivolgiamo anche noi a Dio, a Cristo e alla sua Chiesa nel corso della storia: se esisti o Dio allora devi mostrarti…devi dare alla tua Chiesa, se proprio deve essere la tua, un grado di evidenza diverso da quello che di fatto possiede”(Benedetto XVI in Gesù di Nazaret).
Non di solo pane vivrà l’uomo. Gesù ribadisce che la cosa più importante per Lui è la fedeltà al volere del Padre, “di ogni parola che esce attraverso la bocca di Dio”.
Mi chiedo se sento questa voce che viene da Dio, e alla Chiesa di Dio che affidamento fa di questa questa voce che una volta ascoltata deve annunciare al mondo testimoniando il Maestro.

La seconda tentazione: Il prestigio, un grande gesto un gesto appariscente, taumaturgico, un messia dei miracoli, di segni strepitosi…“Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù;

Gesù spiega che il concetto di Messia è da comprendere a partire dal messaggio profetico nella sua interezza: non significa potere mondano, ma la croce e una comunità completamente diversa che nasce dalla croce...
Il Regno umano resta regno umano e chi sostiene di poter edificare il mondo salvato asseconda l’inganno di Satana, fa cadere il mondo nelle sue mani…
ma che cosa ha portato Gesù veramente, se non ha portato la pace nel mondo, il benessere per tutti, un mondo migliore? Che cosa ha portato?
La risposta è molto semplice: Dio”. (idem)

Ha portato Dio che come sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”. Siamo sempre consapevoli quanto importante sia stata ed è la Rivelazione di Dio per mezzo di Gesù?

La terza tentazione: “Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai”. 

 Il tentatore svela il suo pensiero recondito: egli non tanto vuole informarsi sulla qualità di «Figlio di Dio» di Gesù, ora intende provarlo e farlo deviare dal piano divino, inducendolo a scegliere la via di un messianismo terreno, politico, di potere e di gloria.
Il potere che dà sicurezza, potere basato nel dominio delle persone e delle cose, potere che vuole allontanare dalla vera fede rivelata, abolire l’immagine di Dio e sostituirlo con altre deformate.

“…La disputa tra Gesù e il diavolo è una disputa che riguarda ogni epoca, la cui domanda fondamentale è la domanda circa l’immagine di Dio.

Chi segue la volontà di Dio sa che in mezzo a tutti gli orrori che può incontrare non perderà mai un’ultima protezione. Tale fiducia, a cui ci autorizza la Scrittura e alla quale il Signore, il Risorto, ci invita, è però qualcosa di completamente diverso dalla sfida avventurosa a Dio che vuole fare di Lui il nostro servo”. (idem)
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano”. E’ la fine della tentazione, la ricompensa divina per aver resistito agli inviti del mondo, la gioia di essere nel vero, nel bello di Dio, la serenità del giusto.

Gesù ha portato Dio: ora conosciamo il suo volto, ora noi possiamo invocarlo. Ora conosciamo la strada che, come uomini, dobbiamo prendere in questo mondo.
Gesù ha portato Dio e con Lui la verità sul nostro destino e la nostra provenienza; la fede, la speranza e l’amore. Solo la nostra durezza di cuore ci fa ritenere che ciò sia poco…La causa di Dio sembra trovarsi continuamente in agonia. Ma si dimostra sempre come ciò che veramente permane e salva. I regni del mondo, che Satana poté allora mostrare al Signore, nel frattempo sono tutti crollati”. (idem)

La fede di ognuno ha momenti di luce, ma anche di buio. Se vuoi camminare sempre nella luce, lasciati guidare dalla Parola di Dio”. Benedetto XVI

Concludo questo commento con le parole di Papa Francesco: La parola e i gesti del Signore liberano e aprono gli occhi di tutti. Nessuno resta indifferente. La parola del Signore fa scegliere sempre. E ognuno o si converte e chiede aiuto e più luce o si chiude e aderisce con più forza alle sue catene e alle sue tenebre” ( in Riflessioni di un pastore,pag.33).

E ancora un suggerimento di Padre Augusto Drago:

Vi auguro una buona quaresima: Dio non conterà quanti digiuni e quante preghiere avete fatte. A Lui interessa solo che siate quello che, in virtù della vostra chiamata, dovete essere: Acqua limpida e zampillante da una fonte viva che è il Cuore di Cristo. Luce che scaturisce da un fuoco acceso nel cuore delle vostre notti. Vita piena di passioni ardenti e di desideri che vi facciano volare in alto.

Non pensate di non farcela: NON ABBIATE PAURA! Non abbiate paura né delle prove attraversate o che state attraversando, né della vostra fragilità e debolezza. Non abbiate paura nemmeno delle vostre inconsistenze: basta che doniate il vostro “IO VOGLIO, IO DESIDERO” alla travolgente forza dello Spirito e tutto cambierà!

Anche se esternamente sembra non sia cambiato nulla: importante è che sia cambiato il vostro cuore! E’ il cuore che acquisisce occhi diversi, quelli di Dio, che vi fanno leggere il vissuto quotidiano alla luce del Vangelo!”

martedì 28 febbraio 2017

Quaresima 2017 - Anno A - la Parola è un dono. L'altro è un dono.




Ricordati uomo che sei polvere e in polvere ritornerai”

Carissimi amici, che seguite tutte le settimane i miei volenterosi commenti alla Parola che la liturgia ci suggerisce, vi arrrivi questo mio messaggio per il tempo liturgico che oggi primo marzo 2017 incomincia: tempo di quaresima.
Troverete il messaggio di Papa Francesco per questo periodo di quaresima, tempo tanto ricco per la conversione, quanto per l'attesa della nostra salvezza di Gesù, la Pasqua di Gesù.
Da parte mia ho deciso di meditare ogni giorno una frase, un pensiero del messaggio di Papa Francesco: meditare, guardarmi dentro nel cuore , nei pensieri, nelle azioni, nell'amore al prossimo: rivedere la mia vita , il mio peccato non per piangere ma per rallegrarmi di essere stato sempre perdonato. Godere anche in questo periodo della misericordia divina, gioire consapevole che se un discepolo non sa gioire,non sarà mai un buon discepolo, discepolo continuatore della missione evangelizzatrice di Gesù.

Per tutta la quaresima non invierò commenti alla letture della liturgia della Parola, lasciando ad ognuno, vogliamo dire compito?, di regolarsi e di prepararsi al meglio per festeggiare, passati i quaranta giorni di quaresima, la risurrezione di Gesù fonte della nostra fede e speranza, frutto della sua incarnazione, passione e morte per amore dell'uomo.

BUONA QUARESIMA!


MESSAGGIO Di PAPA FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2017


La Parola è un dono. L’altro è un dono

Cari fratelli e sorelle,
la Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di
Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. E sempre questo tempo ci rivolge un forte invito alla conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio «con tutto il cuore» (Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell’amicizia con il Signore. Gesù è l’amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016).

La Quaresima è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità. In particolare, qui vorrei soffermarmi sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31).
Lasciamoci ispirare da questa pagina così significativa, che ci offre la chiave per comprendere come agire per raggiungere la vera felicità e la vita eterna, esortandoci ad una sincera conversione.

1. L’altro è un dono
La parabola comincia presentando i due personaggi principali, ma è il povero che viene descritto in maniera più dettagliata: egli si trova in una condizione disperata e non ha la forza di risollevarsi, giace alla porta del ricco e mangia le briciole che cadono dalla sua tavola, ha piaghe in tutto il corpo e i cani vengono a leccarle (cfr vv. 20-21).

Il quadro dunque è cupo, e l’uomo degradato e umiliato. La scena risulta ancora più drammatica se si considera che il povero si chiama Lazzaro: un nome carico di promesse, che alla lettera significa «Dio aiuta». Perciò questo personaggio non è anonimo, ha tratti ben precisi e si presenta come un individuo a cui associare una storia personale.

Mentre per il ricco egli è come invisibile, per noi diventa noto e quasi familiare, diventa
un volto; e, come tale, un dono, una ricchezza inestimabile, un essere voluto, amato, ricordato da Dio, anche se la sua concreta condizione è quella di un rifiuto umano (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016).

Lazzaro ci insegna che l’altro è un dono. La giusta relazione con le persone consiste nel
riconoscerne con gratitudine il valore. Anche il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita. Il primo invito che ci fa questa parabola è quello di aprire la porta del nostro cuore all’altro, perché ogni persona è un dono, sia il nostro vicino sia il povero sconosciuto.

La Quaresima è un tempo propizio per aprire la porta ad ogni bisognoso e riconoscere in lui o in lei il volto di Cristo. Ognuno di noi ne incontra sul proprio cammino. Ogni vita che ci viene incontro è un dono e merita accoglienza, rispetto, amore.

La Parola di Dio ci aiuta ad aprire gli occhi per accogliere la vita e amarla, soprattutto quando è debole. Ma per poter fare questo è necessario prendere sul serio anche quanto il Vangelo ci rivela a proposito dell’uomo ricco.

2. Il peccato ci acceca

 La parabola è impietosa nell’evidenziare le contraddizioni in cui si trova il ricco (cfr v. 19). Questo personaggio, al contrario del povero Lazzaro, non ha un nome, è qualificato solo come “ricco”. La sua opulenza si manifesta negli abiti che indossa, di un lusso esagerato. La porpora infatti era molto pregiata, più dell’argento e dell’oro, e per questo era riservato alle divinità (cfr Ger 10,9) e ai re (cfr Gdc 8,26). Il bisso era un lino speciale che contribuiva a dare al portamento un carattere quasi sacro.

Dunque la ricchezza di quest’uomo è eccessiva, anche perché esibita ogni giorno, in modo abitudinario: «Ogni giorno si dava a lauti banchetti» (v. 19). In lui si intravede drammaticamente la corruzione del peccato, che si realizza in tre momenti successivi: l’amore per il denaro, la vanità e la superbia (cfr Omelia nella S. Messa, 20 settembre 2013).
Dice l’apostolo Paolo che «l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6,10). Essa è il principale motivo della corruzione e fonte di invidie, litigi e sospetti. Il denaro può arrivare a dominarci, così da diventare un idolo tirannico (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 55).
Invece di essere uno strumento al nostro servizio per compiere il bene ed esercitare la solidarietà con gli altri, il denaro può asservire noi e il mondo intero ad una logica egoistica che non lascia spazio all’amore e ostacola la pace.

La parabola ci mostra poi che la cupidigia del ricco lo rende vanitoso. La sua personalità si
realizza nelle apparenze, nel far vedere agli altri ciò che lui può permettersi. Ma l’apparenza
maschera il vuoto interiore. La sua vita è prigioniera dell’esteriorità, della dimensione più
superficiale ed effimera dell’esistenza (cfr ibid., 62).

Il gradino più basso di questo degrado morale è la superbia. L’uomo ricco si veste come se fosse un re, simula il portamento di un dio, dimenticando di essere semplicemente un mortale. Per l’uomo corrotto dall’amore per le ricchezze non esiste altro che il proprio io, e per questo le persone che lo circondano non entrano nel suo sguardo.

Il frutto dell’attaccamento al denaro è dunque una sorta di cecità: il ricco non vede il povero affamato, piagato e prostrato nella sua umiliazione.
Guardando questo personaggio, si comprende perché il Vangelo sia così netto nel condannare l’amore per il denaro: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro,
oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24).

  1. La Parola è un dono


Il Vangelo del ricco e del povero Lazzaro ci aiuta a prepararci bene alla Pasqua che si avvicina. La liturgia del Mercoledì delle Ceneri ci invita a vivere un’esperienza simile a quella che fa il ricco in maniera molto drammatica. Il sacerdote, imponendo le ceneri sul capo, ripete le parole: «Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai». Il ricco e il povero, infatti, muoiono entrambi e la parte principale della parabola si svolge nell’aldilà. I due personaggi scoprono improvvisamente che «non abbiamo portato nulla nel mondo e nulla possiamo portare via» (1 Tm 6,7).

Anche il nostro sguardo si apre all’aldilà, dove il ricco ha un lungo dialogo con Abramo, che
chiama «padre» (Lc 16,24.27), dimostrando di far parte del popolo di Dio. Questo particolare rende la sua vita ancora più contraddittoria, perché finora non si era detto nulla della sua relazione con Dio. In effetti, nella sua vita non c’era posto per Dio, l’unico suo dio essendo lui stesso.

Solo tra i tormenti dell’aldilà il ricco riconosce Lazzaro e vorrebbe che il povero alleviasse le sue sofferenze con un po’ di acqua. I gesti richiesti a Lazzaro sono simili a quelli che avrebbe potuto fare il ricco e che non ha mai compiuto. Abramo, tuttavia, gli spiega: «Nella vita tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti» (v. 25). Nell’aldilà si ristabilisce una certa equità e i mali della vita vengono bilanciati dal bene.

La parabola si protrae e così presenta un messaggio per tutti i cristiani. Infatti il ricco, che ha dei fratelli ancora in vita, chiede ad Abramo di mandare Lazzaro da loro per ammonirli; ma Abramo risponde: «Hanno Mosè e i profeti; ascoltino loro» (v. 29). E di fronte all’obiezione del ricco, aggiunge: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti» (v. 31).

In questo modo emerge il vero problema del ricco: la radice dei suoi mali è il non prestare ascolto alla Parola di Dio; questo lo ha portato a non amare più Dio e quindi a disprezzare il prossimo. La Parola di Dio è una forza viva, capace di suscitare la conversione nel cuore degli uomini e di orientare nuovamente la persona a Dio. Chiudere il cuore al dono di Dio che parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al dono del fratello.

Cari fratelli e sorelle,

la Quaresima è il tempo favorevole per rinnovarsi nell’incontro con Cristo vivo nella sua Parola, nei Sacramenti e nel prossimo. Il Signore – che nei quaranta giorni trascorsi nel deserto ha vinto gli inganni del Tentatore – ci indica il cammino da seguire. Lo Spirito Santo ci guidi a compiere un vero cammino di conversione, per riscoprire il dono della Parola di Dio, essere purificati dal peccato che ci acceca e servire Cristo presente nei fratelli bisognosi.

Incoraggio tutti i fedeli ad esprimere questo rinnovamento spirituale anche partecipando alle Campagne di Quaresima che molti organismi ecclesiali, in diverse parti del mondo, promuovono per far crescere la cultura dell’incontro nell’unica famiglia umana.

Preghiamo gli uni per gli altri affinché, partecipi della vittoria di Cristo, sappiamo aprire le nostre porte al debole e al povero. Allora potremo vivere e testimoniare in pienezza la gioia della Pasqua.

Dal Vaticano, 18 ottobre 2016
Festa di San Luca Evangelista
Francesco