BENVENUTO



B E N V E N U T O !! Lo Spirito Santo illumini la tua mente, fortifichi la tua fede.


venerdì 23 settembre 2016

Si può essere ricchi e contemporaneamente discepoli di Gesù?

C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti...

Domenica 26ma del tempo ordinario - Anno C


dal Vangelo secondo Lc 16,19-31

C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento». Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»».

Enzo: In questa parabola riportatata dall'evangelista Luca Gesù si rivolge ai farisei, i quali pensavano di essere giusti solo perché osservavano meticolosamente la legge. I significati di questa parabola sono chiari: ricorda il buon uso della ricchezza e della premura verso i bisognosi, insegna che con la morte c'è il giudizio divino, irrevocabile. Ma sopratutto è un invito alla conversione che non sempre avviene mediante segni straordinari.

Come nelle Beatitudini, Gesù mostra ai suoi interlocutori il contrasto esistente tra ciò che avviene in questo mondo e nell'eternità. Sulla terra il contrasto tra ricchi e poveri è marcatamente a favore dei ricchi, nell'eternità si capovolge la situazione: chi prima godeva oggi soffre e chi era indigente ora è felice.  Dio giudica diversamente da noi e la storia va a finire diversamente da come i furbi immaginano; i superbi e potenti sbagliano, pensando che la ricchezza è segno della benevolenza divina, come era convinzione ai tempi di Gesù. Oggi potremmo dire che la ricchezza è diventata un idolo per molti: tutti la vogliono, tutti la cercano e questo affanno rende ciechi e indifferenti.

Spesso ho sentito dire che Dio nel momento della morte provvede alla nostra salvezza facendoci vedere tutto il male che abbiamo fatto e chiamandoci alla conversione. Il brano che abbiamo letto non sembra dire questo.

Nella seconda parte appare un altro quadro: il ricco, condannato per sempre, vorrebbe che i suoi fratelli fossero avvertiti della sua situazione in modo da cambiare modo di vivere. «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro».«Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»». Sono le risposte di Abramo.

Gli insegnamenti non mancano, ciò che manca invece è il coraggio, la fede, la libertà per vedere e comprendere. Un esame anche per noi...
Chi vive da ricco è cieco, abbiamo detto, non vede il povero che gli sta accanto, lo evita.

Il ricco della parabola non osteggia Dio e non opprime il povero: semplicemente non li vede, vive soddisfatto nel suo mondo.

Attenzione: il brano del vangelo non condanna la ricchezza, ma la ricchezza usata male, la ricchezza idoladrata, la ricchezza come ultimo scopo della vita, la ricchezza che non cede al bisognoso nemmeno le briciole che cadono dalla mensa, la ricchezza che non sa vedere il prossimo e nel prosssimo Gesù.

Il povero viene ricordato con il suo nome, a memoria dei posteri. Il ricco non ha nome, non merita di essere ricordato.  Sul ricco si posano i nostri occhi per meglio capire il messaggio della parabola.


Commenta sant'Agostino:
È salutare per noi l'esempio del ricco epulone.
Ecco, avete udito or ora dal Vangelo due specie di vita: l'una presente, l'altra futura; la presente la possediamo, la futura la crediamo: siamo nella presente, non siamo giunti alla futura. Mentre siamo nella presente, cerchiamo di procurarci la ricompensa di quella futura, poiché non siamo ancora morti. Si legge forse il Vangelo nell'inferno? Anche se laggiù venisse letto, quel ricco lo avrebbe udito inutilmente, poiché non poteva più essere fruttuoso il pentimento. A noi invece viene letto e da noi viene ascoltato qui sulla terra ove, finché viviamo, possiamo correggerci, per non andare a finire in quei tormenti. Crediamo o non crediamo ciò che si legge? Lontano da noi il pensare della Carità vostra che non crediate; poiché siete cristiani e non lo sareste, se non credeste al Vangelo di Dio. Poiché dunque siete cristiani, è evidente che credete al Vangelo. 

 
Mariella: la ricchezza in sè non è un male, lo abbiamo ribadito molte volte, quello che è male è non accorgersi delle necessità degli altri. Se uno ha dei beni in abbondanza, come può goderseli in santa pace, sapendo che accanto a sè c'è chi muore di fame? Ed anche se possiede poco, la cosa non è molto diversa, perchè quel poco comunque si può condividere e noi sappiamo che molti poveri a volte sono più generosi dei ricchi, perchè sanno condividere con maggior slancio quanto possiedono.

Non servono fatti straordinari per raggiungere la salvezza, e la parabola di oggi lo ribadisce: serve guardarsi attorno e ascoltare la voce degli ultimi, è infatti l'amore che ci salva e ci conduce tra le braccia del Padre. 

Possedere da 'distaccati', da 'poveri in spirito', con il cuore libero, diventa occasione di colmare i tanti vuoti dei miseri. Diventa un bene per chi non ha, diventa occasione vera di fraternità, di comunità, di fede nella provvidenza di Dio. Purtroppo molto spesso non ne siamo capaci di distacco vero dai beni che ci danno false sicurezze, siamo e restiamo schiavi dei beni che passano, senza guardare a quelli che restano. 

Finché siamo quaggiù abbiamo tempo per compiere il bene, e in tal modo guadagnarci la felicità eterna: poi sarà troppo tardi.

Preghiamo perché nessuno di noi si trovi nei panni del ricco epulone, il quale è rimasto indifferente a ciò che lo circondava e per questo, dall'inferno invoca una goccia di acqua, quando qui ne aveva in abbondanza da dissetare tanti…auguriamoci piuttosto di essere nei panni del povero Lazzaro, che riposa nelle braccia di Dio.........................



Vi invito a leggere anche il commento di Padre Augusto Drago nella pagina a Lui dedicata

sabato 17 settembre 2016

Amare Dio è libertà, amare la ricchezza viceversa è diventare schiavi di tutto


Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera?

25ma domenica del Tempo ordinario – Anno C




Dal vangelo secondo Lc 16,1-13

Diceva anche ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». L'amministratore disse tra sé: «Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: «Tu quanto devi al mio padrone?». Quello rispose: «Cento barili d'olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta». Poi disse a un altro: «Tu quanto devi?». Rispose: «Cento misure di grano». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta». Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Non potete servire Dio e la ricchezza
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».



Parola di Dio!

Enzo: La prima reazione, leggendo questo brano, suscita perperplessità: è possibile che Gesù presenti un uomo disonesto come modello da imitare imparandondo da lui? Ripensandoci e riflettendo dopo una lettura più attenta vediamo che Gesù non approva la falsificazione dei conti, ma l'elogio si riferisce alla “scaltrezza” e all'accortezza del comportamento , non alla disonestà.
Per noi che seguiamo Gesù si tratta di una esortazione che ci ssuggerisce come usare il denaro, con accortezza , con la medesima risolutezza nella prospettiva del Regno.

IL confronto tra l'amministratore e il seguace di Gesù è sull'uso del denaro. L'amminstratore disonesto usa il denaro (non suo) per farsi degli amici e provvedere così al suo futuro su questa terra, non sapendo fare altro mestiere. A lui interessa vivere bene anche dopo il presunto licenziamento.
Il cristiano deve pensare al suo avvenire eterno adoperando i suoi beni per aiutare quelli più poveri di lui, in modo che essi lo accolgano un giorno nel regno futuro. Considerare il denaro, i beni di questo mondo come un mezzo e non come un fine vuol dire fare i furbi, agire con disonestà. Guai ad attaccarsi al denaro, farsi schiavi di esso...perché a questo si può arrivare molto facilmente: il denaro fà in fretta ad attacarsi alle mani di chi lo maneggia.


Alla disonestà che qualifica l’amministratore e il denaro, la parabola oppone la fedeltà richiesta giorno per giorno per amministrare sia i beni spirituali che quelli materiali.”Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti”.
Ed è appunto la scaltrezza o avvedutezza l'insegnamento che Gesù ricava dalla parabola  per i suoi discepoli, avvertendo però subito che quella domandata ai figli della luce dovrebbe essere maggiore e soprattutto diversa da quella dei figli di questo mondo.

Gesù è chiaro; Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
I beni materiali possono acquistare una valenza positiva, se usati in modo corretto, cioè se vengono condivisi con i bisognosi. 

La ricchezza personificata (Mammona)  è ingiusta perché acquistata e usata egoisticamente senza curarsi del prossimo: è il peccato di oggi, del mondo della globalizzazione.
La contrapposizione non è tanto fra ricchezza e Vangelo, quanto fra i principi ispiratori della gestione della ricchezza: si arriva veramente a farne buon uso quando dai criteri del possesso smoderato si passa a quello che Dio vuole dall'uomo: la ricchezza è di tutti, appartiene a tutti, va condivisa con carità e amore.

Così Sant'Agostino:


Dobbiamo rivolgere a voi gli ammonimenti che vengono fatti a noi stessi. Il passo del Vangelo letto poc'anzi ci esorta a farci degli amici con la ricchezza ingiusta, affinché anch'essi accolgano nelle tende eterne coloro che se li fanno amici.

Chi sono coloro che avranno le tende eterne, se non i fedeli servi di Dio? E chi sono coloro che saranno accolti dai santi nelle tende eterne, se non coloro che rivolgono ogni cura alle loro necessità e con gioia somministrano loro ciò di cui hanno bisogno? Ricordiamoci dunque che nel giudizio universale il Signore, a quelli che staranno alla sua destra, dirà: Avevo fame e mi avete dato da mangiare , e tutto il resto che sapete”.


E' ricco chi possiede molto e non ne fa uso giusto, ma è anche ricco il povero attacato a quel poco che possiede: avere è condividere!

Mariella: Anche oggi il Vangelo c'invita a valutare le cose in cui crediamo e confrontare la nostra vita e le nostre scelte con la logica del Regno. Non illudiamoci di raggiungere la perfezione, il Signore conosce i nostri limiti ed i nostri difetti, siamo un popolo di peccatori, chiamati ogni giorno a rivedere il nostro cammino, i nostri pensieri alla luce della Parola, invitati continuamente a far esperienza della misericordia divina, attraverso la quale purificare il nostro cuore e aumentare la nostra fede.

Il Vangelo ci guida nel cammino, liberandoci da tutto ciò che ci chiude in noi stessi, nei nostri egoismi, nelle nostre illusioni, per aiutarci a comprendere i veri valori della vita.
Amare Dio è libertà, amare la ricchezza viceversa è diventare schiavi di tutto ciò che ci lega a questa terra ed alla sua caducità.

Se vogliamo credere che la nostra vita non termina con gli anni che ancora ci restano da vivere, non possiamo costruirci idoli attraverso i quali far crescere la nostra onnipotenza, dobbiamo cercare le cose di lassù, quelle che restano e che contano, quelle che potremo presentare a Dio quando ci verrà chiesto come abbiamo speso i nostri giorni.

E poiché saremo giudicati sull'amore che avremo saputo dare agli altri, dobbiamo imparare a vivere condividendo i doni che gratuitamente abbiamo ricevuto.

La parabola contenuta in questo brano evangelico non è di facile comprensione, il suo significato però si chiarisce se teniamo presente che nel mondo mediterraneo orientale l'amministratore si pagava da sé, aumentando la quota di sua competenza su quanto era dovuto al proprietario.. Quindi, in questo caso, l'accusa che viene rivolta dal padrone all'amministratore, è proprio quella di trattenere troppo per sè, danneggiando il proprietario.

Per questa ragione l'amministratore riflette e decide di diminuire a ciascun debitore il dovuto, non sottraendo denaro al padrone, ma rinunciando esso stesso ad arricchirsi.
Ecco perché viene elogiato dal proprietario e nuovamente confermato come amministratore, egli infatti dopo aver riflettuto ha rinunciato al proprio arricchimento favorendo gli altri con la sua scelta onesta e saggia.

Questo insegnamento è quanto mai valido per tutti i discepoli di Gesù e li incoraggia a far buon uso dei beni loro affidati e li incoraggia alla condivisione per il bene di tutti.
Certamente solo chi fa esperienza dell'amore del Padre può gustare con gioia la condivisione dei doni ricevuti con i fratelli.

Facciamo nostra una bellissima preghiera scritta da don Tonino Bello, che vuole aiutare la Chiesa intera e noi inseriti nel suo contesto, ad aprirsi alla gioia vera dell'amore che non conosce confini e che non dimentica i suoi figli più piccoli e bisognosi.

“Santa Maria, donna itinerante, concedi alla Chiesa la gioia di riscoprire, nascoste tra le zolle, le radici della sua primordiale vocazione...
Quando la Chiesa si attarda all'interno delle sue tende,
dove non giunge il grido del povero,
dalle il coraggio di uscire dagli accampamenti.
Madre itinerante, come Te, riempila di tenerezza verso tutti i bisognosi. Fa' che non sia di nient'altro preoccupata che di presentare Cristo,
come facesti con i pastori, i Magi e tanti che attendono la redenzione”

sabato 10 settembre 2016

Dio dimostra il suo amore ancora prima del nostro pentimento





La nostra attenzione si concentri sulla gioia di Dio per la conversione del peccatore, non sull’azione del peccatore che si converte. 

 
Domenica 24ma del Tempo Ordinario – Anno C



Dal Vangelo secondo Luca 15,1-32
 
Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola:

«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta». Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione



Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto». Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».



Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Parola del Signore!


Enzo: Il capitolo 15 da cui è tratta la lettura evangelica di questa domenica è stato definito da un
moderno esegeta «il cuore del terzo vangelo», quasi «il vangelo del vangelo». Gesù vuole impartire
il suo particolare insegnamento sopra un tema assai importante, un'esposizione dottrinale racchiusa in tre parabole, che possiamo chiamarle parabole della misericordia,



All'inizio del capitolo, versetti 1-2 si ripete una scena vista altre volte: Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Pubblicani e peccatori, scribi e farisei danno l'occasione a Gesù ancora una volta di smontare la tensione con i suoi avversari, scribi e farisei, che non accettano che Gesù accolga i peccatori e mangi con loro. Non è che i farisei escludessero definitivamente i peccatori, volevano però che il comportamento di Dio nei loro confronti fosse severo e che, di conseguenza, i peccatori per ritornare nella comunità dovessero pagare un prezzo di penitenza, di opere e di osservanze. Non accettavano il comportamento benevolo di Gesù.



Gesù ancora una volta parla in parabole: tre parabole che hanno come scopo annunciare la misericordia di Dio verso i peccatori.Queste parabole sono quelle della pecora smarrita e poi ritrovata, della moneta perduta e ritrovata, più quella del figlio prodigo che il padre riaccoglie con gioia.



Sappiamo da cristiani che il Padre non gode per la rovina dei suoi figli, ma vuole che si salvino e grandemente gioisce quando il suo piano si realizza: rinfreschiamo un tantino la nostra memoria. Oggi Gesù sta parlando a noi, forse scribi e farisei del nostro tempo, o cristiani deboli, peccatori bisognosi di misericordia.



In tutte e tre le parabole viene messa in evidenza la gioia di Dio per la conversione del peccatore.
1)     Nella conclusione della prima si legge: “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza”.
2)     Nella conclusione della seconda: “C’è gioia davanti a Dio per un solo peccatore che si converte”.
3)     Nella terza parabola manca la parola gioia, però si parla di festa: “Facciamo festa, poiché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita”.



La nostra attenzione si concentra sulla gioia di Dio per la conversione del peccatore, non sull’azione del peccatore che si converte. Si racconta ciò che prova Dio, non ciò che il peccatore deve fare, il discorso è teologico non morale. La novità della rivelazione evangelica riguarda in primo luogo il comportamento di Dio che non fa morale ma che cerca il peccatore e gioisce del suo ritrovamento e invita tutti a gioire con Lui: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”, e “vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”. Terra e cielo fanno festa!!!



Le prime due parabole sono anche un invito alla comunità ecclesiale, e in particolare ai suoi responsabili, perché vadano alla ricerca degli smarriti, imitando in questo il Signore Gesù.



La terza parabola, quella del Padre e dei due figli, vede sempre al centro la figura del Padre, richiama l'attenzione di Dio di fronte ai due figli, e dei due figli verso il Padre.
Il padre non cessa di amare il figlio che si è allontanato e continua ad attenderlo, non gli interessa ciò che ha fatto, soffre per la sua lontananza, e al suo ritorno dimostra che il suo amore era prima del pentimento, gli corre incontro con gioia: la pazienza di Dio non rinnega mai i suoi figli!!! Dio fa festa!



Il figlio maggiore, anziché godere della gioia del padre, ne prova irritazione. La gioiosa accoglienza riservata al fratello minore gli dà l’amara sensazione che la sua fedeltà di rimanere in casa sia del tutto sprecata. Se il peccatore è trattato in quel modo, a che serve essere giusti? Questo figlio giusto e osservante non conosce suo padre e ragiona come se la fedeltà fosse un peso e la compagnia del padre una fatica. Assomiglia agli scribi e farisei che mormoravano perché Gesù accoglieva i peccatori.



Lo stesso amore che ha spinto il padre a correre incontro al figlio minore, lo spinge ora a uscire e a pregare il figlio maggiore di lasciar perdere le proprie rimostranze e di far festa insieme. Il padre vorrebbe riunire i due figli, unendoli a sé e tra di loro. Vorrebbe che scoprissero la sua paternità e la loro fraternità. Così è Dio.



Il figlio maggiore si è lasciato convincere? E’ entrato in casa a far festa? Non lo sappiamo. La conversione del giusto è, a volte, più difficile di quella del peccatore.

Se oggi abbiamo invocato su di noi la missericordia del Padre celeste....
OGGI IN CIELO E' FESTA.

Mariella
Anche nel capitolo 15 di Luca, come nel 14°, l'insegnamento di Gesù si articola durante un banchetto, ma mentre nel precedente Gesù pranzava con i farisei, qui Egli pranza con i peccatori, farisei e scribi sono in distanza e indignati commentano il suo comportamento. In verità Gesù sta semplicemente mettendo in pratica il suo insegnamento precedente, cioè invitare i poveri, gli emarginati, gli ultimi, mettendoli ai primi posti, dando loro l'attenzione dovuta.

Questo gesto trova resistenza da parte dei “giusti” essi infatti non condividono la gioia di Dio, che consiste proprio nel ritrovare coloro che erano perduti. Per far capire loro il cuore misericordioso del Padre, Gesù racconta le tre parabole che sono considerate il “Vangelo nel Vangelo” in esse infatti è contenuto un grande invito a cambiar mentalità, a trasformare il cuore di pietra in cuore di carne, in poche parole a condividere la sua gioia, condizione indispensabile per entrare in comunione vera con Lui. Se non si giunge a questa conversione, non ci si può aprire al grande dono della misericordia, che Dio ci offre per primo, invitandoci ad usarla verso i fratelli. 
 
Il tema dominante delle tre parabole è lo stesso: cercare la pecora smarrita e riportarla in braccio all'ovile, cercare la dragma caduta e far festa per averla ritrovata, attendere il figlio prodigo e restituirgli la dignità di figlio molto amato. E' la gioia del Padre che riesce ad occupare anche l'ultimo posto vuoto intorno al tavolo della sua mensa, perché desidera che tutti i suoi figli si salvino e condividano con Lui la festa.

C'è poi da sottolineare il binomio perduta/ritrovata, la pecora perduta è il peccatore che si converte; la pecora ritrovata deve farci pensare all'accoglienza del peccatore pentito nella comunità dei credenti.
Quindi ogni “giusto” e' invitato a capire, riflettere e imitare questo amore disinteressato e a prima vista ingiusto o per dir meglio scandaloso, di un Padre che va verso chi non meriterebbe la sua attenzione ed il suo perdono.

Il salto di qualità sta nel pentimento del peccatore, lo spiega molto bene la terza parabola, il figliol prodigo, infatti le sue parole: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio.” manifestano la consapevolezza che lontano da Dio non c'è futuro. Il peccatore che si converte ritrova il Padre a braccia aperte che lo attende, mentre




il figlio maggiore che si crede “giusto” e vanta pretese nei confronti del fratello, rinuncia alla gioia più grande, sentirsi amati gratuitamente nonostante i nostri limiti e le nostre colpe.


Per chi volesse approfondire ancor meglio il significato di questo brano evangelico può leggere il commento di Padre Augusto Drago nella sezione a Lui dedicata.




giovedì 1 settembre 2016




Non può essere mio discepolo chi...
Dal vangelo secondo Lc 14,25-33





Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro». Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

Parola del Signore!

Enzo:Non siamo più nella casa del fariseo di domenica scorsa, ma sulla strada e Gesù questa volta parla alla folla, non più a scribi e farisei. E' la folla che segue Gesù, la folla che crede in Lui e in qualche modo suscita i favori, i miracoli di Gesù.E' la folla di cristiani di oggi alla quale la Parola eterna parla, consiglia, indirizza.

Il tema di questo brano è la condizione necessaria per essere discepolo di Gesù. Non è un tema nuovo ma è trattato con forza e una radicalità che non si trova altrove nei vangeli, è ilmessaggio nel quotidiano, nel vivere ogni giorno.

Non so quanti di noi capiscano in pieno questo messaggio o meglio trovino in esso un ideale di vita da perseguire: Gesù invita a rompere tutti i legami familiari, a rompere il legame con se stessi:
Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. E' senza dubbio un invito inquietante.
All'origine l'nvito di Gesù era senza dubbio rivolto ai discepoli misssionari itineranti, i quali dovevano abbandonare tutto per annunciare dovunque l'arrivo del regno di Dio, ma la comunità cristiana ha poi inteso questo detto come rivolto a tutti , non solo al missionario itinerante, come condizione di ogni discepolo. L'invito di oggi è rivolto alle folle, cioè a tutti.
Questa è la croce di Gesù che offre Gesù ad ogni suo discepolo, condizione senza ma: “Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”.

Troppo duro questo discorso per noi poveri uomini 

che difficilmente rinunciamo alle nostre ambizioni, e 

guai a fermarsi e non guardare umilmente alla 

misericordia divina ogni volta che ci allontaniamo

 dal  Maestro e afferrarsi alla fede che ci è stata donata. 

 
  Ma chi ha seguito e segue la strada annunciata prova delle emozioni che ripagano mille e mille volte le rinuncie fatte, perché Gesù ci chiede di amarlo più di ogni altra cosa, non di rinunciare ad amare. E questo ci dona serenità nel dolore, nel sacrificio,nelle difficoltà della vita, davanti alla morte.


Anche le parabole che seguono (della torre e del re) devono essere lette nel contesto delle condizioni per seguire Gesù, cioè nel contesto della rinuncia: la sequela non è fatta per i superficiali, per gli irriflessivi e per i presuntuosi. La conclusione “così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo” conclude le due parabole e dell’intera pericope. Solo nel distacco dai beni o alla rinuncia di essi è possibile essere discepoli. Sarà così possibile il dono totale finire la torre e vincere l’esercito nemico.

                                                                               


Mariella:   Gesù, vedendo che la folla si accalcava dietro di lui e lo seguiva, desidera renderla responsabile di ciò che significa essere suoi discepoli. Egli non vuole seguaci fanatici, ma vuole gente responsabile e sicura delle proprie scelte, non vuole facili entusiasmi, cerca invece adesioni meditate, consapevoli e libere.    Egli non cerca la quantità, ma la qualità e per questo indica tre condizioni indispensabili per la sequela.  

Prima condizione: per seguirlo bisogna aprire il cuore, non chiuderlo all'amore.  Gesù non ci chiede di rinunciare ad amare i nostri cari, ci chiede un supplemento d'amore, amare prima di tutto Lui per saper amare in modo più giusto gli altri.  Gesù è la garanzia che se stai con Lui, se lo porti sempre nel tuo cuore, se ascolti la sua Parola fino a farla diventare Legge, i tuoi rapporti con gli altri saranno migliori, più equilibrati e sinceri.    

Seconda condizione: bisogna essere capaci di portare la propria croce.  Cosa s'intende per croce?  Croce significa amore senza misura, senza rimpianti, senza ricatti, senza tradimenti, senza rinnegamenti. Significa accettare la inevitabile porzione di sofferenza che ogni amore comporta, altrimenti non può essere vero amore. 

Terza condizione: saper rinunciare a ciò che si ha per il bene dell'altro, uscire cioè dall'ansia del possedere, dall'egoismo, dall'egocentrismo, saper guardare oltre noi stessi, curare la qualità dei sentimenti, imparare ad amare di più anzichè possedere di più.   Ecco perchè Gesù c'invita prima di tutto a prendere tempo e calcolare bene il costo di una scelta così radicale.  Non è un semplice calcolo, è un'equazione difficile ed impegnativa, perchè richiede la fiducia e l'abbandono totale in quel Gesù che vogliamo seguire!

Ricordiamo la preghiera, che dovremmo fare nostra, del cardinal Newmann:
"Conducimi per mano, Luce di tenerezza,
fra il buio che mi accerchia, conducimi per mano.
Guida il mio cammino: non pretendo di vedere orizzonti lontani,
un passo mi basta.
Un tempo era diverso, non Ti invocavo,
perché Tu mi conducessi per mano.
Amavo scegliere e vedere la mia strada,
ma adesso conducimi per mano.
Sia su di me la Tua potente Benedizione
e sono certo che essa mi condurrà per mano,
finché svanisca la notte e mi sorridano all'alba
volti di angeli amati a lungo e per un poco smarriti."

Inoltre, nella pagina di Padre Augusto, potrete leggere il suo bellissimo commento

venerdì 26 agosto 2016

“Amico, vieni più avanti!”.

    Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.

                                                                                           



 Lc. 14, 1.7-14 
  
Dal Vangelo secondo Luca

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Parola del Signore


 
Mariella:Il Vangelo di Luca oggi inizia con un gioco di sguardi che si incrociano durante un banchetto. La gente guarda Gesù, curiosa di vedere quel che farà e che dirà, Gesù osserva la gente intenta nel gesto di occupare i posti migliori al tavolo del banchetto, è molto significativo questo guardarsi nei diversi atteggiamenti, ci fa capire l'importanza dell'umiltà, della mitezza, del dono di sé senza attesa di contraccambio.

Tuttavia in quel contesto la corsa ai primi posti non era certo legata al desiderio di stare a lato di Gesù per meglio ascoltare la sua parola. L'interesse vero era rivolto a conquistare un posto di riguardo che fosse occasione di affermazione sociale

È chiaro ciò che Gesù desidera insegnarci, con questa Parabola, che umiltà e gratuità sono due atteggiamenti fondamentali per ogni cristiano che vuole vivere il Vangelo, essi non sono disgiunti, dove si trova umiltà c'è gratuità e viceversa   Il discepolo vive della gratuità del dono di Dio, per questo è "povero", per questo è consapevole che tutto ciò che egli ha, ma soprattutto tutto ciò che egli è, lo riceve come un dono dalle mani di Dio, e come un dono ricevuto nella gratuità lo condivide senza pretese, senza attese di ricompensa.

Anzi, potremmo dire, che il discepolo avendo assaporato la bellezza della condivisione nella gratuità, non mette in discussione, anche solo minimamente, la sua scelta.   Evita perciò di cadere nella trappola di relazioni interessate e per questo preferisce l'amicizia di chi vive poveramente, umilmente, semplicemente, ed è lontano dall'impostare la propria vita sul potere, sul lusso, sul successo. Certamente non possiamo illuderci di non cadere nella tentazione di primeggiare, nessuno di noi è immune dalla malattia della vanagloria e della ricerca di supremazia, nelle nostre stesse comunità parrocchiali abbiamo numerosi esempi di come non si vive l'umiltà vera.

Tutti facciamo una fatica immensa a vivere gratuitamente, ad annullarci sempre per far posto agli altri, soprattutto se ci accorgiamo che dall'altra parte qualcuno non si fa troppi problemi a sfruttarci.

Il Vangelo della scorsa domenica diceva “sforzatevi di passare dalla porta stretta” sforzarsi di rimanere semplici ed umili è necessario, altrimenti in breve tempo anche noi ci ritroviamo fra quelli che arrancano diritti e pretendono primi posti! Se qualcosa, di bello c'è in noi, è la GRAZIA di DIO, ossia quello sguardo d'amore che conta e davvero 'ci rende simili a Lui'.

Se sotto l'abito esteriore non vi è una grandezza interiore, che ha origine dall'Amore e dalla Presenza di Dio in noi, il pericolo è che possiamo solo assumere l'immagine di una grottesca maschera.

Il secondo grande insegnamento di questa pagina evangelica è l'apertura all'altro in quanto fratello da amare, così com'è nella sua povertà, nel suo bisogno d'amore, nella sua diversità.

L'emarginazione non può esistere nel Regno di Dio, dove l'unica legge possibile è quella dell'amore. Ben sappiamo purtroppo quanto spesso tutto è fatto in funzione di un tornaconto!

Quando è in nostro potere farlo, invece di invitare gente abituata a vivere di termini di paragone e di confronto con gli altri, ricordiamoci piuttosto di quanti vivono la solitudine, l'abbandono l'emarginazione, perché non sarà mai nelle loro possibilità non solo offrire grandi banchetti, ma nemmeno ripagarci del bene che stiamo loro facendo.  Quelli che la nostra società vorrebbe eliminare dagli incroci delle strade, dai semafori e dalle piazze perché "danno fastidio" ci portano via i primi posti al banchetto del suo Regno di Dio.

Se non cambiamo mentalità, la porta d'ingresso al banchetto si farà sempre più stretta!

                                                        


Enzo:  In questa parabola Gesù che non intende dare una lezione di galateo ma una norma di comportamento umile, rispettosa verso gli altri, e prendendo spunto dalle buone maniere trarre poi, come abbiamo visto rivolgendosi al padrone di casa, le conclusioni concernenti il Regno di Dio.

«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».


Il consiglio che Gesù dà al padrone di casa (14, 12-14), è rivoluzionario, contrario a tutti gli usi abituali. Luca enumera, come invitati, tutte le categorie di emarginati: questo è il comportamento nuovo. Di fronte a Dio nessuno è emarginato, ma ciascuno è prossimo, riceveremo la ricompensa alla risurrezione del giusti.
La partecipazione al banchetto dipende da un invito da parte di Dio, che invita coloro che riconoscono la loro umile condizione e il loro bisogno di salvezza nel povero, nello storpio, nello zoppo, nel cieco, nell'indigente, nel povero di spirito la sua Persona.
L'apostolo Paolo così scrive 2 Cor 7-15, sollecitando “chi è ricco nella fede e nei mezzi si ricordi di Gesù che da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà”.

E come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest'opera generosa. Non dico questo per darvi un comando, ma solo per mettere alla prova la sincerità del vostro amore con la premura verso gli altri.Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. E a questo riguardo vi do un consiglio: si tratta di cosa vantaggiosa per voi, che fin dallo scorso anno siete stati i primi, non solo a intraprenderla ma anche a volerla. Ora dunque realizzatela perché, come vi fu la prontezza del volere, così vi sia anche il compimento, secondo i vostri mezzi. Se infatti c'è la buona volontà, essa riesce gradita secondo quello che uno possiede e non secondo quello che non possiede. Non si tratta infatti di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno.

Può capitare anche a noi di sentirci dei padreterni, di voler abbagliare gli altri ostentando le nostre doti, facendo uso delle nostre amicizie, sfoggiando le nostre possibilità .Allora preghiamo con il salmo 131 con intimità e fiducia, consapevoli della nostra dipendenza da Dio e totale affidamento a Lui: e..guardiamoci attorno...


Signore, non si esalta il mio cuore
né i miei occhi guardano in alto;
non vado cercando cose grandi
né meraviglie più alte di me.
Io invece resto quieto e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l'anima mia.
Israele attenda il Signore,
da ora e per sempre.




venerdì 19 agosto 2016

"Sforzatevi di entrare per la porta stretta"



Verranno da oriente a occidente e siederanno a mensa nel Regno di Dio



Lc.  13,  22-30

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Parola del Signore
 


Mariella: Gesù passava...e mentre percorreva le strade dei villaggi insegnava alla gente...bella questa immagine. Egli era un uomo semplice, nessuna cattedra, nessuna altezza, ma la normalità di un uomo che cammina verso la meta e lascia il meglio di se, qualcosa di prezioso e utile a quanti lo avvicinano.   Alla domanda rivolta da un anonimo: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” Gesù non da risposte, ma sposta l'attenzione sul problema vero. “Sforzatevi di entrare per la porta stretta...” Infatti non importa conoscere il numero di quanti si salvano, ma come ci si salva!
Non basta infatti seguire le pratiche religiose, non basta far parte della Chiesa, non basta l'esteriorità per gustare la salvezza, questa è per coloro che scelgono di vivere l'insegnamento cristiano nella sua radicalità e nella sua verità. Chi cerca la via larga di una vita comoda, di una vita agiata, di una vita fatta a proprio uso e consumo, senza rinunce e senza sacrifici, difficilmente entrerà nel Regno di Dio.
"...molti, io vi dico cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno" Entrare non è facile, è una lotta, non è di tutti riuscirci, non si entra con la forza, ma con la volontà di seguire il Signore ascoltando la sua Parola! Riuscirci non è merito nostro, solo guardando a Lui, al suo cammino verso il Calvario, possiamo sperare di riuscirci
La fede è un cammino al buio, se noi crediamo essa ci dona certezze, ma non possiamo pretendere di capire tutto, dobbiamo ammettere la nostra piccolezza, dobbiamo fidarci, affidarci e lasciarci salvare da Dio..



Enzo:  Chi si salverà?

Al tempo di Gesù, nelle scuole di teologia, si svolgeva un dibattito su chi si sarebbe salvato: alcuni rabbini sostenevano che tutto Israele si sarebbe salvato, e ciò in forza della fedeltà di Dio, che non può abbandonare il suo popolo.
Altri più rigorosi sostenevano che solo pochi si sarebbero salvati.
Ma Gesù, interrogato sull’argomento, non risponde e non si interessa a questo dialogo teologico. A lui non interessa il numero, ma togliere la falsa sicurezza derivante da un’errata concezione dell’appartenenza al Signore. La salvezza non è un fatto scontato per nessuno.
L’imperativo che usa, in altre occasioni “sforzatevi” e l’immagine che l’accompagna: “la porta stretta”, stanno a significare che non c’è tempo da perdere e che non bisogna arrivare in ritardo, bisogna perseverare.
Il popolo di Dio può rimanere tagliato fuori dal banchetto messianico. Non è sufficiente la parentela con il Signore, non basta l’appartenenza alla stirpe di Abramo. Gesù descrive il Regno alla maniera giudaica, secondo l’immagine del festino messianico (Is 25,6, Lc 14,5.16-24; 22,16.18-30) in cui gli eletti sono radunati accanto ai patriarchi.
Ma ciò che dà diritto a stare con i patriarchi non è la comunanza del sangue, ma la fede!

Vorrei concludere con alcune riflessioni di Padre Augusto Drago che sono senza dubbio molto incisive e ci aiuteranno a meglio comprendere il brano evangelico.  L'intero suo commento, che vi invito a leggere, lo trovate nella pagina a Lui dedicata.

                                                                      

Padre AUGUSTO: L'uomo non si salva, ma è salvato. Salvato dalla grazia e dalla misericordia di Dio.
Il Regno non è un oggetto di rapina: e' l'eredità che Dio dona ai suoi figli. E' quindi vero che la porta è strettissima: nessuno infatti si salva. Ma è anche larghissima, perché tutti veniamo salvati!   Questa infatti è la Volontà di Dio: che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Lo dice Paolo nella prima lettera a Timoteo.
Per essa passano tutti i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi, come ci fa comprendere lo stesso Luca in 14, 21. Gesù dunque non risponde alla domanda dello sconosciuto, perchè non ha senso.
Nessuno infatti si salva, ma tutti possiamo essere salvati!
Basta essere peccatori bisognosi tali da poter attraversare la porta stretta! Gesù a riguardo utilizza un verbo oltremodo significativo. La traduzione attuale dice  "Sforzatevi..."
E' più aderente al testo greco tradurre "Lottate..." Bisogna dunque lottare per entrare attraverso la porta stretta. La salvezza è un dono, certo. Ma costa solo la fatica di aprire il cuore e la mano per accoglierlo. Basta ardentissimamente desiderarlo.
Ma è una grande lotta! Il cuore dell'uomo infatti spessissimo, è duro! La mano è rattrappita.
Ma in che cosa consiste la lotta? Essa consiste nella contemplazione: con il bussare nella notte per ottenere il pane, con il pregare con insistenza per ottenere lo Spirito.
I santi Padri ci insegnano che nelle cose spirituali è importante la lotta.
Gesù stesso lottò nella preghiera. E lottò fino a sudare sangue.
Il dono non toglie l'iniziativa. E' anzi un pegno che impegna!
Il suo costo è la vita stessa. Inoltre bisogna fare come se tutto dipendesse da noi, sapendo che tutto dipende da Dio! Può sembrare paradossale: ma è così.


domenica 14 agosto 2016

Assunzione della Beata Vergine Maria

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente



Lc.  1,  39-56

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Parola del Signore  



Commento di Padre Augusto DRAGO 

 


Chi è questa donna, di cui non solo i Padri della Chiesa, la Parola di Dio, ma anche i poeti e la

letteratura ha tanto parlato? Chi è Costei che ha tanto nobilitato la nostra umanità? E'

Maria, la madre di Gesù è la madre nostra.

E in questo giorno celebriamo la Sua gloriosa assunzione al cielo, vale a dire la sua intima

partecipazione alla Pasqua del suo Figlio e suo Signore. Assunta in cielo in anima e corpo

Io sono sicuro che se in questa partecipazione eucaristica, la nostra attenzione fosse rivolta

solo a Maria in maniera assoluta, la prima a non essere contenta sarebbe proprio Lei.

Alle nozze di Cana, ai servi che le chiedevano che intercedesse presso Gesù, Maria

rispose: “fate tutto quello che Lui vi dirà”

Oggi Maria, dall'alto dei cieli ancora una volta, ci rivolge queste parole: “Come io ho fatto

tutto quello che l'Altissimo mi ha detto, così anche voi fate tutto ciò che il Signore Gesù vi ha detto”.

 E non è un caso, anzi è estremamente significativo che la prima beatitudine del Vangelo, sia quella che abbiamo proclamato or ora per bocca di Elisabetta:

Beata te Maria, che hai creduto nell'adempimento della Parola che il Signore ti ha dato”.

L'ultima beatitudine del Vangelo, si chiude quasi con le stesse parole, ma soprattutto con lo

stesso contenuto: “Tommaso, Tommaso, perchè hai veduto tu hai creduto, beati quelli che pur

non avendo veduto hanno creduto!” La prima e l'ultima beatitudine dunque contengono il

grande mistero delle nostra fede creduta e proclamata.

Maria ha creduto, ha creduto l'impossibile di Dio quando l'Angelo le disse che sarebbe

divenuta la madre del Salvatore.

Eccomi sono la serva del Signore, si compia in me la sua Parola.”

Maria ha creduto ed è rimasta salda nella sua fede quando un giorno il Figlio le disse:

Perchè mi cercavate, forse non sapete che devo compiere le cose di Dio?” quasi come una

specie di ripudio, di allontanamento, perchè l'interesse di Gesù era concentrato nella volontà

del Padre.

Eppure in quel momento Maria comincia il suo cammino di fede, comincia a comprendere chi

è quel figlio che non è totalmente suo, ma che anzitutto, appartiene al Padre che lo ha

mandato. Maria rimane salda nella parola del Signore e ne diventa la discepola, la prima

discepola della Parola.

Maria rimane salda nella sua fede, là dove sotto la croce, si conclude il suo cammino di fede e

diventa fede piena, è il sabato santo quando c'è grande silenzio sulla terra, quando Gesù

morto ed abbandonato da tutti, è considerato ormai un uomo fallito, l'unica a rimanere salda

nella fede è Maria, veramente beata perchè ha creduto. Ed è questa fede che esalta Maria e le

permette di seguire il suo Signore, Lei è passata attraverso una morte spirituale, la morte di sé

stessa a sé stessa, per tenere salda, forte, viva, ardente la fiaccola della speranza e soprattutto

della fede.

Oggi dall'alto dei cieli, Maria ci ripete: “Beati voi, se come me, saprete tenere salda e continuamente accesa la lampada della vostra fede!”

Fratelli e sorelle, se vorremo avere partecipazione alla gloria di Cristo in maniera piena come

Maria, non abbiamo altro da fare, che mantenere salda la lampada della nostra fede in tutte le

stagioni, in tutte le vicende della nostra vita. 
 

E'facile credere quando tutto và bene, diventa meno facile credere, anzi per alcuni addirittura assurdo credere, quando tutte le speranze sono crollate.

Ma la fede ci fà ripetere le stesse parole di Maria “Nulla è impossibile a Dio”

Come Dio ha creato dal nulla, così pure dalle ceneri dei nostri fallimenti, Egli può far risorgere una nuova vita, dalle cadute delle nostre speranze un nuovo orizzonte.  

Nulla è impossibile a Dio” e tenendo salda questa parola, continuiamo il nostro cammino che ci conduce là dove Lei è già giunta, la Regina che siede accanto al Suo Re.

Un'altra cosa vorrei aggiungere, dicevo poc'anzi che la prima a non essere contenta che noi

fissiamo il nostro sguardo solo su di Lei è proprio Maria, perchè guardare a Maria ci rimanda ad un altro mistero, è il mistero della Chiesa.

Maria è l'icona, immagine della Chiesa in cammino, attraverso le tempeste della storia, le tempeste interne che vive, che sta vivendo anche oggi, come le persecuzioni contro i cristiani che stanno prendendo piede quasi un po' in tutto il mondo.

Maria è immagine della Chiesa, guardando a Lei guardiamo alla Sposa dell'Agnello, che è

Cristo, guardando a Lei guardiamo alla sposa di Gesù, che è la Chiesa, non tanto alla Chiesa istituzionale, ma alla Chiesa come mistero di salvezza, alla Chiesa come a colei che, come una madre, ci nutre con i sacramenti, con l'Eucarestia e la proclamazione della Parola. A quella Chiesa che è faro di fede nel suo essere mistero e presenza reale di Cristo, a quella Chiesa che proclama la fede in Lui come unico Salvatore. 
 

Allora oggi Maria ci dice: entrate nel mistero della Chiesa, vivete il mistero della Chiesa, camminate dentro il mistero della Chiesa e assaporerete la bellezza di essere salvati e di essere con Cristo, compartecipi della gloria che certamente vi sarà donata.

Allora comprenderete che, come la Chiesa è in cammino verso l'incontro della sua gloriosa venuta, così anche voi vivrete la vostra vita come un pellegrinaggio, che passando attraverso la storia, vi porta all'incontro eterno, nel sabato senza tramonto, con quel Signore nel quale avete creduto, sperato e che tanto i vostri cuori hanno cercato, hanno trovato ed hanno amato. Amen……………...